Padre Gerardo Bongioanni

Enzo Motta - Inzago
Padre Gerardo Bongioanni (Foto Motta)

Del santuario concesino lungo il Martesana, Padre Gerardo di San Giuseppe o.c.d. era il sapere con le mani giunte. Ne gustava la storia come una preghiera. La sua fede s’inteneriva ascoltando l’orazione dantesca di San Bernardo alla Vergine. E agli acerbi dubbi di un agnostico, ribatteva stupito: «guardi la luna, il fiume, la giovinezza e non vedi Dio?». Ma la clessidra si è infranta. Sabato 9 dicembre 2006, in mattinata, il carmelitano portava nella morte i 92 anni compiuti a novembre.

«Meuccio!» lo chiamavano i genitori, fornai di Cherasco (Cn), quando consegnava le pagnotte al vicino chiostro carmelitano. Lo fece finché il priore, Padre Innocenzo, non gli chiese se voleva indossare lo scapolare anche lui. Meo rimise la scelta alla madre che, per l’Epifania del 1927, lo accompagnò al collegio monzese dell’Ordine. «La nostalgia mi scioglieva in pianto – raccontava – persino davanti ai superiori». Ma alla fine volse gli occhi asciutti al testo di latino e tanto gli piacque che, una volta Padre, scrisse al sindaco di Cherasco circa il motto latineggiante sullo stemma comunale. La fede gli maturò alta sulle cime della ragione.

17 maggio 1931
1931, Fra’ Gerardo novizio presso Concesa (seduto in terra a sinistra)

L’11 luglio 1930 depose così il suo nome laico (Bartolomeo Bongioanni) sull’altare di Concesa, dove si rialzò Fra’ Gerardo di San Giuseppe. «Dei tre propostimi scelsi questo nome in onore di Padre Gerardo Beccaro – spiegava – una delle alternative era chiamarmi Guglielmo». Studiò a Milano filosofia e teologia a Piacenza, insieme a Padre Benigno Calvi, di cui poi istruì il processo per la beatificazione; e Bongioanni riposa proprio nella sepoltura che già fu del carmelitano inzaghese, traslato in convento.

Gerardo
Bongioanni cappellano militare in Albania

Nel 1938 era sacerdote. E sul saio gli misero le mostrine che lo destinavano in Albania, cappellano del 14° Fanteria «Divisione Pinerolo». Lasciò il collegio di Monza, dove era tornato Assistente, per recuperare i caduti italiani. Di notte. «Ad alcuni la luna piena brillava negli occhi che la morte lasciava spalancati – ricordava – eppure, il dovere più pietoso fu accompagnare alla fucilazione Dionisio, presunto disertore». Grazie a don Alessandro Bassi, che gliene recuperò l’indirizzo, Padre Gerardo poté scrivere a Maria (vedova del giustiziato) parole che erano lampade di fede e commozione. Ma dell’esecuzione egli non poté allora informare il priore se non con un acrostico, ottenuto unendo il primo carattere d’ogni rigo, in una lettera altrimenti censurata. «Heri morti damnato adstiti» scandiva: ieri ho assistito un condannato a morte. E «anguis in herba», c’è un serpente nel prato, avvertiva la missiva che ne celava uno letterario. Prima che una malattia lo rimpatriasse, Padre Gerardo coprì oltre sessanta soldati di terra albanese. E di quei giorni spietati pubblicò anche i diari.

Madonna del Barcaiolo
La “Madonna del Barcaiolo”

Rientrato, lo impegnò la cura d’anime a Torino, Cherasco, Alba e Legnano; fino al 1981, anno del ritorno tra i Concesini. Qui recuperò la quattrocentesca «Madonna del Barcaiolo», e una statua di Santa Barbara dalla «Galleria Semenza». Senza che quest’impegno dimenticasse mai la preghiera. «L’uomo è felice solo con Dio» ripeteva Padre Gerardo che istituì gli «Amici del convento», oggi migliaia. Sulle sue labbra Cristo era sempre un invito. Incoraggiò a Vaprio d’Adda il culto del Bambin Gesù di Praga, officiando nella cappella erettaGli da Romano Pirotta. In ossequio alla Divina Maternità cui il chiostro concesino è votato, recuperò dal Benedizionale una dimenticata preghiera che invoca ogni gioia sulle madri incinte. Ne annotò centinaia. Un tacito coro di amici vorrebbe restituire ora a Padre Gerardo quel grazie «ex imo cordis», come diceva lui: dal profondo del cuore. Ma non resta loro che augurargli Dio.

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